La gettata di cemento alla pantidda, coi grani residui di pietra lavica e pomice, di un rosso spallidito dal sole e dalla salsedine era l’olimpo dei giochi di NISA, nelle giornate di troppo vento per il mare. Una lingua colonizzante protesa verso la macchia selvaggia e coriacea della campagna con la quale confinava.
Qualcuno vi aveva previsto un cuvo dove una macchia di trifoglio eleggeva dimora nelle mezze stagioni, quando nessuno frequentava la casa, tranne le rare volte in cui, di Pasqua o di Natale, andavamo ad ammirare l’Isola godendocene ancor di più.