Sull’Isola spesso poco importa per dove. Molto di più vale il come.
Di là, in questo caso, sembra un buon consiglio.
Sull’Isola spesso poco importa per dove. Molto di più vale il come.
Di là, in questo caso, sembra un buon consiglio.
Non c’è un cazzo da fare: non ne assaggio una da oltre un decennio eppure ce l’ho stampata sul palato la tua pizza al taglio.
E allora grazie.
Sarebbe un HEIMAT come tutte le cose dell’ISOLA ma non posso abusarne.
NiSA e Gwen ne impazzivano. Per noi durante l’ape in mehari c’era il vassoio pronto.
Fatico a scriverlo: scoperta tardivissima! Merito di Donatella, merito dell’Isola.
Gwen ne impazziva che non si faceva tempo ad arrivare a Cimillia e il sedile del mehari era una lastra zuccherina che bisognava tornare indietro a comprarle.
Anche questo sarebbe un HEIMAT.
Per averla, e ancora la conservo, la maglietta di Zaza’ ho quasi supplicato.
Ne ho avuta una “da navigazione” non cotone da passeggio ma ciniglia per proteggersi dalla brezza fresca.
Cimeli.
Dieci anni dopo ne sarebbe nata una serie di appunti che a fine ’25 deve ancora essere pubblicata.
Qui forse la campagna trapanese.
Vista sul golfo di Trapani da Erice.
Un inverno veramente strano.
Non per caso noto i tuoi lampadari surreali solo alla partenza. Nuvole basse e i sedili di un’ex […]
Iniziare l’anno sull’Isola non ha prezzo.
Riesce sempre a stupirti, grandinata e bagnetto compresi.
In quanto a cieli non v’è alcun dubbio: sei la professionista. Non ho da stupirmi.
Persino nelle notti più buie i tuoi cieli restano fuori del comune.
Ma saputo, mai scoperto chi si fosse preso la briga di portarsi un’Abarth sull’Isola.
La prima ipotesi è che qualcuno ce l’avesse lasciata, piuttosto.
La cuddia dell’Oxxy o del Mursia di notte ti guarda, ne sono certo.
Ne ho fatta esperienza diretta nel parcheggio dell’albergo: passavo anche delle belle mezz’ore aspettando NiSa che si svegliassero per riportarli a casa.
Se tanto ti regalano i tramonti estivi fatti un giro nel cielo di dicembre: tra dita divine al largo e arcobaleni di collina potresti rimanere interdetto.
Grazie Isola!
Non ricordo chi, della brigata, fosse goloso di baci oltremodo, oltre ogni limite di dignità e salute. Era persino diabetico.
In macchina insieme cercavo di evitare la pasticceria perchè, in un modo o nell’altro, gli riusciva sempre una scusa per fermarsi.
Cimeli di Cimillia, ricordi di una vita.
La gettata di cemento alla pantidda, coi grani residui di pietra lavica e pomice, di un rosso spallidito dal sole e dalla salsedine era l’olimpo dei giochi di NISA, nelle giornate di troppo vento per il mare.
Una lingua colonizzante protesa verso la macchia selvaggia e coriacea della campagna con la quale confinava.
Qualcuno vi aveva previsto un cuvo dove una macchia di trifoglio eleggeva dimora nelle mezze stagioni, quando nessuno frequentava la casa, tranne le rare volte in cui, di Pasqua o di Natale, andavamo ad ammirare l’Isola godendocene ancor di più.
Sarà forse vero che il primo impatto non si scorda mai. Quello con l’Isola risale al 2001, con Matteo.
Preso l’aereo facendo il dritto, ne nacquero le famose brioches sbriciolate di Linate.
Non mi accorsi della pista, complice una Donnafugata steccata in viaggio. Da quel primo atterraggio non ho mai più fatto caso ai successivi.
Emmenomale!
Dalla colazione all’aperitivo, tappa immancabile della deriva isolana.
Libri che scottano.
Un pezzo alla volta, un’estate dopo l’altra: così per il libro, l’Isola no, quella arriva tutta in una sola volta e ti porta via con se.
L’approfondimento sulle tecniche di costruzione dei muretti a secco è valsa una galoppata, scollinando Cimillia sino all’aeroporto.
Un gioco pericoloso e sempre uguale.
Ti abbaglia con la sua luce travolgente per impedirti di vedere il buio in cui ti precipita. Solletica le ombre della tua anima, instillando fiele di malinconica solitudine cui non saprai più rinunciare.
Eterna sirena del Mediterraneo ch’avvinghi ignari marinai illudendoli d’essere capitani.
Accolgono gli ospiti, sulle scale dell’ingresso. E la poesia si compone.
Forse sarà la musica del mare,
che nell’attesa fa tremare il cuore.
Torna ogni vela e tu non vuoi tornare,
che lacrime amare, versare fai tu.
Claudio Villa
Il nome, almeno per un’estate, l’ho saputo.
Questa meraviglia selvaggia non si fa domare, malsopporta persino gli si dia un nome, nessuno la cura eppure di anno in anno ti viene a salutare.
5 anni di amore infinito. Eri sul retro del mehari con il cappellino e i capelli lunghi che la Nonna guai a toccarteli.
Il cappellino del nonno ed io cicciobombo o meglio, per dirla alla Ernersto: “piccolo Buddha ciccione”. Antipatico!
Ti divertivi con angry birds.
Oh! Ma quel piedino…
La “picciridda” che scopre i vicoli del paese. Imparando a districarsi nel reticolo di viuzze che la conducono alle sue mete preferite.