Da un certo tempo, non saprei dire se un anno, rientrando a casa rinuncio volentieri alla comodità della corriera per salire a Coredo. Inizialmente era obtorto collo. Poi ci ho preso gusto, come in Colle ventoso.

Non importa se lo percorro con il cappottino di ritorno da Milano o in maglietta fuori stagione. Il sudore che compare all’altezza del laghetto, prima del tratto in ombra che precede il paese, sembra un premio.

Qui rientravo dopo il primo soggiorno dai Sini.

Esiste un “gruppo di ascolto” col quale condivido le inserzioni matrimoniali dell’Adige. Le trovo spassose, meglio se interpretate ad alta voce con pathos.

Alcune, nel corso degli anni di appassionato screening, hanno proprio lasciato il segno.

E’ la croce del Capodanno con Gwen, non ricordo l’anno.

Ci arrivai con Titti da Smarano, faticando non poco sulla strada imballata di neve. Nel bagagliaio torce, botti, spumante e panettoni per festeggiare. Gli altri salivano da Coredo con gli slittini, pregustando la discesa del ritorno.

Non dove ma quando, per questo appunto.

E’ uno scorcio di Porta Nuova in costruzione, ai tempi del Bunker, Isola bella che eri.

Lo scatto è stato testimonial del Giorno della Memoria, con la grata che cela e disvela, imprigionando la città che si trasforma.

Poi i lavori sono finiti. Anche l’Isola.

Mesi falangetti quelli che, sotto COVID, ho passato cercando di salvare la punta del mio indice sinistro da uno pseudo-monas.

Raggiungevo l’ospedale delle Valli del Noce, chiuso per il lock-down, con la farfalla piantata nel braccio attraversando la valle spettrale.

Ancora non ci ho fatto l’abitudine e così me la godo la notte nonesa di novembre buttando la sguardo sul silenzio del giardino di Villa XXX.

La notte parla di gocce di condensa che picchiano su foglie secche, di impercettibili scricchiolii faineschi, di vegetazione che resiste strenua alla marcia dell’inverno.

Sarà forse un avvertimento al pericolo quello che ci colpisce dei ragni sino all’estremo della fobia?

Non volare troppo alto? Sii riverente o meglio conosci i tuoi limiti, come per Ulisse?

Un pensierino andrebbe fatto.

Il muro è del Caveau, dubbi non ce ne sono.

Il tempo di perdere lo sguardo lo abbiamo tutti. Quello che sembra mancare è la voglia di allenarlo a vedere.

Persino nelle camminate di #5allesei si imponeva prepotente questo esercizio. Questi scorci sono microscopici frammenti di una magia che – per fortuna – ancora mi stupisce ogni volta.

La serie di scatti ultramattutini che mi ha appassionato ha trovato qui il giusto spazio nella raccolta #5allesei

Ben conservato in qualche cantuccio ancora sopravvive quello scampolo di roccia con dedica ispirata:

TU MERAVIGLIA PLACHI IL VENTO IN TEMPESTA EPPUR SEI TORMENTA RIBELLE”.

Ero al mio primo anno di Caveau, alla scoperta della Valle.

Nel girovagare a Trento, nell’intrico irritante di passaggi che non passano, di viette che s’avviluppano di sbocchi alla “tanta strada per nulla”.

Qui, dietro un angolo, quello che immagino come un fidanzato in pieno spleen decora un muro che prima non esisteva.

Muovendomi incerto nella nuova realtà del paese che mi ospita, curioso di tutto inciampo nel primo spettacolo di teatro. Una coincidenza delle coincidenze.

A ridosso del giorno della memoria, uno spettacolo sugli orrori nazisti dal titolo «Eppure non ho paura», a Coredo. Beh…

E’ stata una esperienza doppiamente unica, perché non più ripetuta, non ripetibile.
Un po’ come la scoperta della biblioteca vecchia.

Nelle avventure di Mister One, numerosissime tra solai, cantine e spazi angusti di ogni tipo, ho sempre cercato di incontrarle tutte, le bestioline. Anche se alcune mi hanno messo alla prova, anche quando ero in borghese e non dovevo mostrare sicurezza davanti ai clienti terrorizzati.

Ne abbiamo una collezione.

Questi aracnidi sono coredani, ma il posto esatto mi sfugge.

A me sembra quello trovato nel Caveau, ma potrei sbagliarmi. Non è stato certo il primo ma ad oggi uno degli ultimi.

Appena arrivato a Coredo, settembre inoltrato. Il ritrovamento nel grande salone mattonellato psichedelico.

Liberato in giardino. Non ha mangiato il panettone, ne sono certo.

S’affacciava così quel settembre di cambiamento: ignaro di quanto sarebbe stato o di quanto sarebbe durato.

Aerei, tanti, quelli una certezza, a giocare di rimpiattino con le nuvole.
Anch’esse copiose e vagabonde.

Il primo anno coredano, secondo tempo. Frutto di una scampagnata settembrina, impossibile in corrispondenza della raccolta. O credo.

E’ stato il periodo di conversione alle Golden, che avevo sempre accantonato preferendole alle Red, folle.