Le Gabelle. Un luogo altro. Gli ho dedicato anche un racconto di Oramilano. E passandoci il cielo si […]
Categoria: MILANO
Un regalo per me.
Passi solitari nella notte di Natale in luoghi che, negli ultimi 40 anni, sono sempre stati familiari.
Qui Castelfidardo assonnata come sempre, oggi svegliata solo dalle ambulanze nel nuovo ingresso del PS.
Un tempo la chiamavamo la Porta, riferendoci alla strada che dava accesso alla zona di Solferino.
Poco prima dello scatto di questo Appunto c’è o c’era lo Speakeasy; ricordo ancora la sorpresa nello scoprirlo, io in quella zona ero di casa, accadde grazie all’intensa attività di night crawling di Luca e Flora.
Aveva luci fioche e una tavolo sulla sinistra che ci piaceva tanto.
PS: non rinuncerò all’uso, certo americaneggiante, di un’abbreviazione oggi divenuta ambigua. Si scrive XMAS e si traduce Natale. Nessuna alternativa.
Aumentano le corone.
Raddoppiano le transenne.
Il resto invece sfila in silenzio sullo sfondo.
Tutto fantastico. Mmmf…
Nessuno sa sino a quando le ombre delle indagini si allungheranno su una certa parte dell’edilizia meneghina.
Nel frattempo, ore 9.38, altre ombre si proiettano a terra.
Dopo “Erano tutti figli miei” di Miller all’Elfo.
Gas-gas da Geppo un must dopo-teatro.
Ospite d’onore? Splendida Gwen!
Non il 33, mia prima grande passione e nemmeno il 5, passione della Rossa che forse non ne aveva mai preso uno: questo è un 1 che sferraglia in Lazzaretto per la gioia di Sara. Ne girano a San Francisco, coi paralumi a campana e le panche portasabbia in legno bloccate.
Lo guida il “manetta”, o cocchiere che – spoiler – guai a distrarlo!
“Non importa dove devi andare – diceva Roberto – un passaggio dal 33 riesci sempre a fartelo dare”, era vero. Ci andavo ovunque.
Mi viene in mente Train di Kalkbrenner, incarna bene il misterioso fascino che binari, treni e stazioni evocano in modo ancestrale.
I tram di Milano poi c’è bisogno di parlarne??!!
Certo!
Che ricordi. Nel ventre del quartiere Isola una cantina abbandonata disvela cimeli d’antan. Avrebbe dovuto essere One-Lab e […]
Questa è una delle tante che ho compiuto a Milano, cercando di portare a piccola Gwen energia e gioia. Le è piaciuta la Kartell, forse per la famigliarità con il design che ha sempre respirato senza sapere, forse per il Nonno.
Ci siamo divertiti, lei anche in veste di fotografa a Palazzo Reale.
Nello scorcio settembrino verso le Varesine viale Tunisia mi ha sempre dato soddisfazioni uscendo dal reticolo delle viette del Lazzaretto dove il cielo è anch’esso costretto dai cornicioni delle case del Tibaldi.
Il viale è il grande fiume che campeggia sui piccoli affluenti, una rete capillare brulicante di umanità.
E’ segno indelebile della ferrovia che conduceva alla stazione Centrale quando ancora sostava in piazza della Repubblica.
Se non mi viene in mente oggi il dove di questo scatto figuriamoci tra un deca.
Portone è un portone, spoiler. Sarà uno dei tanti che ho vezzo di varcare per le scorribande nei cortili.
Quale?
Ma che ne sai del marzo di Milano!
Di quei pomeriggi quando tutto il mondo intero sembra uscire insieme dal letargo spostato dal vento teso d’azzurro.
Quando Felice Casati oscilla tra Monty Python e via dei Giudei.
e in via dei Giudei volavan velieri come in un porto canale
Scirocco
Nella scorcia ormai completamente riqualificata – che brutta parola per un luogo – son comparsi murali per milanesi illustri contemporanei, Fo compreso.
Questa vedovella mi è nuova, come non l’avessi mai notata. Possibile?
Non so quanti ne ho visti e calpestati. Tutti belli.
Bellissima è la loro scoperta, quando li raggiungi da solai impolverati di silenzio e di oblio, dove bauli di vite sostano pazienti, infastiditi da piccioni importuni.
Ci arrivi da un abbaino, ci ficchi la testa fendendo le tegole come un periscopio il mare. Sono prudentemente pericolosi, talvolta pudici come gli antennisti che nascondono i cavi sotto i coppi o le vespe nei nidi delle crepe.
Non importa da quale strada entri, se il portone è adorno di ottoni lucidi o di legno mangiato dai freni delle bici frettolose: ogni tetto sembra staccarsi proteso verso il cielo, dimenticando le proprie radici, perso dentro il cielo.
Grazie.
Quel giallo lì è proprio terrazza Milano. E lei proprio piccolina-ina-ina.
Ne son saltate fuori altre di bestioline dal lavoro di Mister One.
Eeeee.
Bisognerebbe tacere. Così ho fatto in quel giugno del 2016, ripensando a tutti gli Almodovar che ho incontrato.
Ci piace un sacco mischiare il sacro col profano, piazzare San Francesco in piazza Risorgimento. Ci piace anche mettere il sottotitolo alle statue: questa è “Cinque e tri vott… cinq che lavoren e tri che fan nagott” per alcuni non il riferimento ai lavoratori svogliati, ma alla mancanza di lavoro.
Anche corso Indipendenza, mentre galoppa dritto come un fuso verso ovest dalla periferia al Duomo, solca delicato la città coi bei palazzi rassicuranti.
Giace nel cassetto, per nulla impolverato, il bel progetto in co-marketing per raccontare una storia meravigliosamente milanese, romanticamente irresistibile.
L’associazione Associazione Culturale A8b.it ne ha fatto una mappa lanciando Fontanelle.org
Non passerà mai. Il cortile di via Lazzaretto, la sua magnolia oggi acefala. E’ stato uno spazio della memoria doppio: prima ai tempi del liceo e poi nell’ultimo scorcio di Mister One quando SaEz mi prestavano il loro magazzino come laboratorio-deposito.
Era ed è la quiete dentro, lo sferragliare del 5 che fa capolino dalla strada attraversando l’androne. Qui la pioggia di maggio saluta l’ultimo scorcio di primavera.
Così, tra i tanti modi di dire che usavi, mi piace ricordarti Walter. Testimone saggio e silenzioso di un mondo che capivi ma dal quale eri distante. Tu piccolo e minuto ma spalle grosse, pubblico e regista di uno spettacolo del quale forse avresti fatto a meno.
Chissà se i tuoi occhi grandi e tristi hanno mai parlato.
E le caramelline le buttavi sul bancone come un coup de théâtre, sorridendo sornione dietro i baffi grandi e grigi.
Ci sei anche tu.
E’ stata l’estate del pesto. Piccola Gwen diventava matta. Raccoglievamo due volte a settimana, mistero, complice l’ottima esposizione su Filzi.
Con fare da esperta selezionava le foglie, tastava il sale, aggiungeva l’olio. Sino al compimento del suo gusto preferito.
Era un rito, uno dei tanti, che ci univa profondamente.
Tardi è tardi: il processo inesorabile, avviato e sostenuto sia del pubblico che dal privato, è avviato, pietre rotolanti hanno lasciato il giaciglio e rovinano a valle travolgendo ogni cosa. Chi scava metropolitane ostruendo alveoli sotterranei, chi costruisce cattedrali di parcheggi interrati sbarrando le vie di fuga all’acqua.
Risultato?
Allagamenti, inondazioni e altri milioni di fondi pubblici per far buche di scolmo per svuotare le strade dall’acqua lasciando che a riempirsi siano le tasche dei palazzinari 4.0
E’ ora di far bagagli, non solo per non vivere in una città così inutilmente cara – che già basterebbe – ma perché da lontano è meglio. Tout court.
Qui lo scavo quasi terminato per quello che diventerà il THE MALL in piazza Lina BO BARDI. Chi era? Un’architetto, ovviamente, cui forse in buona fede è stato dedicato un “pezzettino” della rivoluzione che ha trasformato le EX-VARESINE nel parco giochi di multinazionali e nuovi ricchissimi milanesi. Ironia della sorte.
«Ma certamente!»
In molti, vivendo all’Isola, l’hanno vissuto quel periodo di mezzo fatto di boati e stridii che arrivavano fino a Lambertenghi. Di polvere e scie di fango in Borsieri, di ponti sospesi su voragini impressionanti. Minniti illuminata a giorno tutta la notte, riflessi di vetrate in movimento su vecchie persiane scrostate.
Era il segno dell’invasione, della colonizzazione svettante.
Non un grande momento per la città.
Persino la “rotonda dell’altro amore” ha mostrato segni di nervosismo.
Anche il cembalaro ha cambiato abitudini. Intervistato da Repubblica ha confessato che con il sorgere dei grattacieli fatica a ritrovare il sole nel cortile del suo laboratorio.
…e non solo quelle, viene da aggiungere. Un pensiero da via Napo Torriani.
Anche tu mi hai fatto tanto ridere.
E per fortuna, di quando in quando, lo facciamo ancora.
La primavera s’annunciava in Filzi con questi cieli serali che spostati.
Vecchio e nuovo accostati, il Diamantone e San Gioachimo. Il primo è il quinto grattacielo in Italia e il primo per altezza costruito in acciaio.
Comunque uno guarda il cielo.
Era una di quelle cene strane, in Corso Garibaldi, che poi finivano sempre allo stesso modo. Male.
Qualcuno che arriva alla fine, altri che proprio non riescono a cenare e qualcun altro che aspetta fuori fumando.
Ci si passava per un Campari shackerato, lacrima di gin compresa.
Orari da quelli della notte, specie nei giorni più improbabili.
Un’attesa estenuante a Linate per un fine anno pante-trapanese grigio, isola a parte.
E piccola Gwen che armeggia con tutti i cellulari che le capitano a tiro per sconfiggere la noia.
E si, meglio STICA LINES che USTICA…
Ahhh… Se quei muri potessero parlare. Isola prima dell’ultima inesorabile trasformazione.
Personaggi sopravvissuti nella vecchia Milano che fu. Ormai quasi persa anche quella nei rivoli di quattrini forse malguadagnati. Nostalgici pseudo radical: la storia è sempre quella. La fame creativa vive e trasforma e tutti ad urlare: anch’io! Ne voglio anch’io! E via a stravolgere le anime di quartieri interi per occupare posti nel TO BE, senza saperne un cazzo e capirne ancora meno.
Quanti ne conosco che: “ho comprato casa all’Isola!” seeee… TI hanno comprato casa. E non ti è servito un cazzo, passa pure il tempo a lamentarti che non trovi parcheggio…
Che ci sfrecci davanti senza vederlo ancora distratto dal formicaio della Cattolica.
Da chiedersi perchè fossi da quelle parti il giorno della Vigilia.
Nell’ingresso, un poco defilato agli occhi dei passanti. Quasi un monito discreto: ricordati che…
Quanto ha dato quel palazzo!
Il design inconfondibile della bottiglia da 20cl dell’aranciata San Pellegrino ha fatto storia.
E’ nata negli anni ’50 ed ha conquistato a forza uno spazio di tutto rispetto nell’immaginario del dopoguerra.
E così è ancora: nella versione amara è un toccasana prima di colazione, dopo le serate impegnative.