Non so quanti ne ho visti e calpestati. Tutti belli.

Bellissima è la loro scoperta, quando li raggiungi da solai impolverati di silenzio e di oblio, dove bauli di vite sostano pazienti, infastiditi da piccioni importuni.

Ci arrivi da un abbaino, ci ficchi la testa fendendo le tegole come un periscopio il mare. Sono prudentemente pericolosi, talvolta pudici come gli antennisti che nascondono i cavi sotto i coppi o le vespe nei nidi delle crepe.

Non importa da quale strada entri, se il portone è adorno di ottoni lucidi o di legno mangiato dai freni delle bici frettolose: ogni tetto sembra staccarsi proteso verso il cielo, dimenticando le proprie radici, perso dentro il cielo.

Grazie.

Ci piace un sacco mischiare il sacro col profano, piazzare San Francesco in piazza Risorgimento. Ci piace anche mettere il sottotitolo alle statue: questa è “Cinque e tri vott… cinq che lavoren e tri che fan nagott” per alcuni non il riferimento ai lavoratori svogliati, ma alla mancanza di lavoro.

Anche corso Indipendenza, mentre galoppa dritto come un fuso verso ovest dalla periferia al Duomo, solca delicato la città coi bei palazzi rassicuranti.

Giace nel cassetto, per nulla impolverato, il bel progetto in co-marketing per raccontare una storia meravigliosamente milanese, romanticamente irresistibile.

L’associazione Associazione Culturale A8b.it ne ha fatto una mappa lanciando Fontanelle.org