La cuddia dell’Oxxy o del Mursia di notte ti guarda, ne sono certo.

Ne ho fatta esperienza diretta nel parcheggio dell’albergo: passavo anche delle belle mezz’ore aspettando NiSa che si svegliassero per riportarli a casa.

Non ricordo chi, della brigata, fosse goloso di baci oltremodo, oltre ogni limite di dignità e salute. Era persino diabetico.

In macchina insieme cercavo di evitare la pasticceria perchè, in un modo o nell’altro, gli riusciva sempre una scusa per fermarsi.

La gettata di cemento alla pantidda, coi grani residui di pietra lavica e pomice, di un rosso spallidito dal sole e dalla salsedine era l’olimpo dei giochi di NISA, nelle giornate di troppo vento per il mare.
Una lingua colonizzante protesa verso la macchia selvaggia e coriacea della campagna con la quale confinava.

Qualcuno vi aveva previsto un cuvo dove una macchia di trifoglio eleggeva dimora nelle mezze stagioni, quando nessuno frequentava la casa, tranne le rare volte in cui, di Pasqua o di Natale, andavamo ad ammirare l’Isola godendocene ancor di più.

Sarà forse vero che il primo impatto non si scorda mai. Quello con l’Isola risale al 2001, con Matteo.

Preso l’aereo facendo il dritto, ne nacquero le famose brioches sbriciolate di Linate.

Non mi accorsi della pista, complice una Donnafugata steccata in viaggio. Da quel primo atterraggio non ho mai più fatto caso ai successivi.

Emmenomale!

Ahhh… Se quei muri potessero parlare. Isola prima dell’ultima inesorabile trasformazione.

Personaggi sopravvissuti nella vecchia Milano che fu. Ormai quasi persa anche quella nei rivoli di quattrini forse malguadagnati. Nostalgici pseudo radical: la storia è sempre quella. La fame creativa vive e trasforma e tutti ad urlare: anch’io! Ne voglio anch’io! E via a stravolgere le anime di quartieri interi per occupare posti nel TO BE, senza saperne un cazzo e capirne ancora meno.

Quanti ne conosco che: “ho comprato casa all’Isola!” seeee… TI hanno comprato casa. E non ti è servito un cazzo, passa pure il tempo a lamentarti che non trovi parcheggio…

Ma quanti ne avrò mangiati di savoiardi di Babbo Natale? Ho cominciato con NiSa e poi gli anni di Gwen.
Ne lasciavo un pezzettino, con qualche briciola e l’impronta della tazza sporca di latte sul piattino.