Sono stati e saranno un non luogo dove la vita, pur passando, ha sempre trovato conferma, intrecciando l’ultimo sfilaccio con quello precedente, quasi a tessere il senso.

Da un pezzo ho rinunciato a scendere nel piano del canale di livellamento, cosa impensabile un tempo. Oggi sono un pochino trascurate, impicciate da qualche cartaccia maleducata. Torneranno a splendere, ma spero non troppo illuminate, affinché non perdano il proprio spirito di luogo accogliente.

Un regalo per me.

Passi solitari nella notte di Natale in luoghi che, negli ultimi 40 anni, sono sempre stati familiari.

Qui Castelfidardo assonnata come sempre, oggi svegliata solo dalle ambulanze nel nuovo ingresso del PS.

Un tempo la chiamavamo la Porta, riferendoci alla strada che dava accesso alla zona di Solferino.

Poco prima dello scatto di questo Appunto c’è o c’era lo Speakeasy; ricordo ancora la sorpresa nello scoprirlo, io in quella zona ero di casa, accadde grazie all’intensa attività di night crawling di Luca e Flora.

Aveva luci fioche e una tavolo sulla sinistra che ci piaceva tanto.

PS: non rinuncerò all’uso, certo americaneggiante, di un’abbreviazione oggi divenuta ambigua. Si scrive XMAS e si traduce Natale. Nessuna alternativa.

Che sorpresa caro Luca: il dono nel dono. La nostra amicizia che scrolla il calendario facendo tremare anche il millennio.

Poi la Notizia, le coincidenze, l’arrivo in compagnia di Gwen, l’intrufolamento, il saluto a Micol, un selfie ricordo travolto dall’emozione e finalmente la comparsa del pargolo. Evviva! Anche Dio benedica Andrea.

Dai dai dai! A nostro modo.

Ti voglio bene.

Quelle partenze la volo, che sei in ritardo e scommetti che ce la farai, che lasci indietro pezzi di valigia e tanti cazzi.

Quelle che dai un calcio alla porta, riempi i polmoni d’aria fresca, inforchi i wayfarer alle 7 del mattino e la giornata diventa un lunghissimo set.

Ecco, quella roba lì, ma ancora meglio.

Da un certo tempo, non saprei dire se un anno, rientrando a casa rinuncio volentieri alla comodità della corriera per salire a Coredo. Inizialmente era obtorto collo. Poi ci ho preso gusto, come in Colle ventoso.

Non importa se lo percorro con il cappottino di ritorno da Milano o in maglietta fuori stagione. Il sudore che compare all’altezza del laghetto, prima del tratto in ombra che precede il paese, sembra un premio.

Qui rientravo dopo il primo soggiorno dai Sini.

Anche rincorrendo il tempo sino alla maratona non mi riesce di trovare un Natale simile nella mia vita.

Deve ancora iniziare ma da giorni sento le campanelle delle renne dietro ogni angolo.

Persino gli algoritmi, lasciati senza briglie, interpretano le wibes alla perfezione.

E alloraaa!

Esiste un “gruppo di ascolto” col quale condivido le inserzioni matrimoniali dell’Adige. Le trovo spassose, meglio se interpretate ad alta voce con pathos.

Alcune, nel corso degli anni di appassionato screening, hanno proprio lasciato il segno.

Uno dopo l’altro, scalette belle, rimonto i vostri scalini 25 anni dopo. Allora mi separavano da Sa Duchessa oggi dal Bastione, nuova destinazione.

Tutta la piazza è rinata, anche Salita S.Chiara è irriconoscibile, tu no: hanno cercato di aggirarti con l’ascensore ma è già in pensione, così son tornati i tuoi marmi sbeccati e sdruccioli.

Evviva.

Pur stravolta dalle orde delle nuove rotte mediterranee ancora addormentata ti riconosco.

La tua pianta semplice ma non prevedibile fatta di perpenvicoli talvolta devianti è antica, eppure non invecchia mai.

Incerto sino all’ultimo.

Per la data disponibile, 12 dicembre, che solitamente dedico ad altri pensieri.

Ma SER O NO SER sembra in parte scritto per giornate come oggi. Il monologo di Amleto una vera e propria esortazione.

Grazie Xavier. Comunque.

Tra le tante suggestioni di vita che nel tempo, sovente troppo da lontano, ho sognato di condividere con te, la Fura non era mai comparsa.

Il teatro, la fotografia, il design, la città, un certo modo di andare in giro per Milano in bici di tutto questo turbinio qualcosina abbiamo messo insieme.

Ma la Fura mai. Fino ad oggi.

Chiedimi se sono felice. Anzi no, inutile.

Tutto fantastico. Mmmf…

Nessuno sa sino a quando le ombre delle indagini si allungheranno su una certa parte dell’edilizia meneghina.

Nel frattempo, ore 9.38, altre ombre si proiettano a terra.

E’ la croce del Capodanno con Gwen, non ricordo l’anno.

Ci arrivai con Titti da Smarano, faticando non poco sulla strada imballata di neve. Nel bagagliaio torce, botti, spumante e panettoni per festeggiare. Gli altri salivano da Coredo con gli slittini, pregustando la discesa del ritorno.

E quello di Tersy, in Tamagno.

Sporgeva sulla via tranquilla e paciosa, ad un passo dalla frenesia del Corso.

E stata casa, tra Majella e Lazzaretto, nelle stanze infinite di una casa che non finiva più.

Non dove ma quando, per questo appunto.

E’ uno scorcio di Porta Nuova in costruzione, ai tempi del Bunker, Isola bella che eri.

Lo scatto è stato testimonial del Giorno della Memoria, con la grata che cela e disvela, imprigionando la città che si trasforma.

Poi i lavori sono finiti. Anche l’Isola.

Non il 33, mia prima grande passione e nemmeno il 5, passione della Rossa che forse non ne aveva mai preso uno: questo è un 1 che sferraglia in Lazzaretto per la gioia di Sara. Ne girano a San Francisco, coi paralumi a campana e le panche portasabbia in legno bloccate.

Lo guida il “manetta”, o cocchiere che – spoiler – guai a distrarlo!

“Non importa dove devi andare – diceva Roberto – un passaggio dal 33 riesci sempre a fartelo dare”, era vero. Ci andavo ovunque.

Mesi falangetti quelli che, sotto COVID, ho passato cercando di salvare la punta del mio indice sinistro da uno pseudo-monas.

Raggiungevo l’ospedale delle Valli del Noce, chiuso per il lock-down, con la farfalla piantata nel braccio attraversando la valle spettrale.

Nonostante alcuni temi siano di “famiglia” la suggestione non è mancata in questa gita nel tempo degli orrori con Gwen.
Ho aspettato che “avesse una certa” per farle incontrare questa parte di disumanità.

Ancora non ci ho fatto l’abitudine e così me la godo la notte nonesa di novembre buttando la sguardo sul silenzio del giardino di Villa XXX.

La notte parla di gocce di condensa che picchiano su foglie secche, di impercettibili scricchiolii faineschi, di vegetazione che resiste strenua alla marcia dell’inverno.

Sarà forse un avvertimento al pericolo quello che ci colpisce dei ragni sino all’estremo della fobia?

Non volare troppo alto? Sii riverente o meglio conosci i tuoi limiti, come per Ulisse?

Un pensierino andrebbe fatto.

Il muro è del Caveau, dubbi non ce ne sono.

Le ho ancora tutte le foto che ha fatto sguinzagliata nelle sale della retrospettiva The Art side of Kartell del fuori salone 2019.

Ha girato impertinente e curiosa immersa in mille installazioni, io sempre inebriato dalla più bella.
Lei.

Questa è una delle tante che ho compiuto a Milano, cercando di portare a piccola Gwen energia e gioia. Le è piaciuta la Kartell, forse per la famigliarità con il design che ha sempre respirato senza sapere, forse per il Nonno.

Ci siamo divertiti, lei anche in veste di fotografa a Palazzo Reale.

L’ultima volta che ne ho incontrato uno era diverso: più coriaceo rispetto ai suoi antenati di quando ero bambino. Allora mi bastava immergerli nel latte freddo di frigo e contare fino a 4e1/2: pronti al cucchiaio, non pappetta ma morbidi.

Ora, e mi sorprendo di ritrovarmi nostalgico per un semplice biscotto, sono diversi, direi che mi hanno deluso. L’appunto che evocano però no, quello no: mi parla della cucina di via della Majella, la finestra affacciava, con la vista equamente divisa, parte sul palazzo del civico due e parte su viale Abruzzi, lasciando fuori i rumori sincopati del passaggio. Le piastrelle bianche al muro, la luce del pomeriggio grigio di novembre che si avvicinava alla sera.

Gli oroscopi? Mai seguiti, se non alla stregua di una lettura distratta e distaccata, sporadica e occasionale.

Certo che l’incipit è accattivante!

Un segno originale e imprevedibile come il vostro…

Oroscopo dell’anno 2018. Non saprei dire se oltre all’incipit c’è del vero.

Il tempo di perdere lo sguardo lo abbiamo tutti. Quello che sembra mancare è la voglia di allenarlo a vedere.

Persino nelle camminate di #5allesei si imponeva prepotente questo esercizio. Questi scorci sono microscopici frammenti di una magia che – per fortuna – ancora mi stupisce ogni volta.

La serie di scatti ultramattutini che mi ha appassionato ha trovato qui il giusto spazio nella raccolta #5allesei

Ben conservato in qualche cantuccio ancora sopravvive quello scampolo di roccia con dedica ispirata:

TU MERAVIGLIA PLACHI IL VENTO IN TEMPESTA EPPUR SEI TORMENTA RIBELLE”.

Ero al mio primo anno di Caveau, alla scoperta della Valle.

Raccolto da Gwen sulla spiaggia di Arenzano un piccolo sasso mi accompagna da non so quando, ma è certamente una vita.

A tratti lo riprendo, trovandolo ogni volta in un posto diverso, e lo infilo in tasca: è amuleto, è caldo d’amore senza eccessi. E’ Gwen.

Buffo: non ha ancora un nome suo forse per l’immenso che rappresenta.

Capita a tutti, ne sono certo: quei dettagli apparentemente insignificanti che si materializzano improvvisi cui potremmo non dare peso, quelli che alcuni chiamano “segnali”. La farfalla che svolazza ad un funerale, una coccinella, un qualunque inaspettato in un posto insolito.

Vite nella vita. Direi.

Nel girovagare a Trento, nell’intrico irritante di passaggi che non passano, di viette che s’avviluppano di sbocchi alla “tanta strada per nulla”.

Qui, dietro un angolo, quello che immagino come un fidanzato in pieno spleen decora un muro che prima non esisteva.

Nello scorcio settembrino verso le Varesine viale Tunisia mi ha sempre dato soddisfazioni uscendo dal reticolo delle viette del Lazzaretto dove il cielo è anch’esso costretto dai cornicioni delle case del Tibaldi.

Il viale è il grande fiume che campeggia sui piccoli affluenti, una rete capillare brulicante di umanità.
E’ segno indelebile della ferrovia che conduceva alla stazione Centrale quando ancora sostava in piazza della Repubblica.

Se non mi viene in mente oggi il dove di questo scatto figuriamoci tra un deca.

Portone è un portone, spoiler. Sarà uno dei tanti che ho vezzo di varcare per le scorribande nei cortili.

Quale?

Negli infiniti passaggi a nord-ovest, che contare non ho mai cominciato, ho sempre sentito un che di frizzante nel cambio treno di Verona.

Sembra, per il panorama cui sono abituato per tutto il resto dell’anno con gli scoiattoli, d’affacciarmi ad un formicaio.

Verona Porta Nuova mi fa questo effetto, tra l’euforia del passaggio-verso e l’andirivieni scomposto di passeggeri.

Ma che ne sai del marzo di Milano!

Di quei pomeriggi quando tutto il mondo intero sembra uscire insieme dal letargo spostato dal vento teso d’azzurro.

Quando Felice Casati oscilla tra Monty Python e via dei Giudei.

e in via dei Giudei volavan velieri come in un porto canale

Scirocco

Cosa e anche dove?

Buio totale, questo APPUNTO è al momento completamente inutile.

Un enorme pompelmo o uno di quegli ibridi che ci divertiamo a coltivare in serre sperdute dall’altro capo del mondo?

Muovendomi incerto nella nuova realtà del paese che mi ospita, curioso di tutto inciampo nel primo spettacolo di teatro. Una coincidenza delle coincidenze.

A ridosso del giorno della memoria, uno spettacolo sugli orrori nazisti dal titolo «Eppure non ho paura», a Coredo. Beh…

E’ stata una esperienza doppiamente unica, perché non più ripetuta, non ripetibile.
Un po’ come la scoperta della biblioteca vecchia.

Nelle avventure di Mister One, numerosissime tra solai, cantine e spazi angusti di ogni tipo, ho sempre cercato di incontrarle tutte, le bestioline. Anche se alcune mi hanno messo alla prova, anche quando ero in borghese e non dovevo mostrare sicurezza davanti ai clienti terrorizzati.

Ne abbiamo una collezione.

Questi aracnidi sono coredani, ma il posto esatto mi sfugge.

A me sembra quello trovato nel Caveau, ma potrei sbagliarmi. Non è stato certo il primo ma ad oggi uno degli ultimi.

Appena arrivato a Coredo, settembre inoltrato. Il ritrovamento nel grande salone mattonellato psichedelico.

Liberato in giardino. Non ha mangiato il panettone, ne sono certo.

S’affacciava così quel settembre di cambiamento: ignaro di quanto sarebbe stato o di quanto sarebbe durato.

Aerei, tanti, quelli una certezza, a giocare di rimpiattino con le nuvole.
Anch’esse copiose e vagabonde.

Il primo anno coredano, secondo tempo. Frutto di una scampagnata settembrina, impossibile in corrispondenza della raccolta. O credo.

E’ stato il periodo di conversione alle Golden, che avevo sempre accantonato preferendole alle Red, folle.

da Zang non avevano orari ne’ regole.

Allora, per il titolo, l’ho ricondotto a B questo appunto: lei era ed è – tra le tante e infinite meravigliose cose – anche un vero e proprio ascensore per il patibolo. Per arrivarci – però – devi essere reo che da innocente non ci sali sul patibolo, no.

Qui si mischiano suggestioni di diverso tipo, primo tra tutti la Leggenda del santo bevitore che proprio non c’entra un cazzo di niente. Però Au revoir les enfants e il Danno si.

«È solo quando la memoria viene filtrata dall’immaginazione, che i film arrivano realmente nel profondo dell’anima»

Louis Malle

Scutigere ne abbiamo? Uff… Le più longeve in effetti mettono un pochino di suggestione, nomen omen. Ma era già orribile da vedere prima d’essere battezzata?

Questo è un sottoscala non ben identificato di Milano nell’ultimo luglio milanese.

Altro non posso dire.

Nella scorcia ormai completamente riqualificata – che brutta parola per un luogo – son comparsi murali per milanesi illustri contemporanei, Fo compreso.

Questa vedovella mi è nuova, come non l’avessi mai notata. Possibile?

Non so quanti ne ho visti e calpestati. Tutti belli.

Bellissima è la loro scoperta, quando li raggiungi da solai impolverati di silenzio e di oblio, dove bauli di vite sostano pazienti, infastiditi da piccioni importuni.

Ci arrivi da un abbaino, ci ficchi la testa fendendo le tegole come un periscopio il mare. Sono prudentemente pericolosi, talvolta pudici come gli antennisti che nascondono i cavi sotto i coppi o le vespe nei nidi delle crepe.

Non importa da quale strada entri, se il portone è adorno di ottoni lucidi o di legno mangiato dai freni delle bici frettolose: ogni tetto sembra staccarsi proteso verso il cielo, dimenticando le proprie radici, perso dentro il cielo.

Grazie.

Ci piace un sacco mischiare il sacro col profano, piazzare San Francesco in piazza Risorgimento. Ci piace anche mettere il sottotitolo alle statue: questa è “Cinque e tri vott… cinq che lavoren e tri che fan nagott” per alcuni non il riferimento ai lavoratori svogliati, ma alla mancanza di lavoro.

Anche corso Indipendenza, mentre galoppa dritto come un fuso verso ovest dalla periferia al Duomo, solca delicato la città coi bei palazzi rassicuranti.

Giace nel cassetto, per nulla impolverato, il bel progetto in co-marketing per raccontare una storia meravigliosamente milanese, romanticamente irresistibile.

L’associazione Associazione Culturale A8b.it ne ha fatto una mappa lanciando Fontanelle.org

Non passerà mai. Il cortile di via Lazzaretto, la sua magnolia oggi acefala. E’ stato uno spazio della memoria doppio: prima ai tempi del liceo e poi nell’ultimo scorcio di Mister One quando SaEz mi prestavano il loro magazzino come laboratorio-deposito.

Era ed è la quiete dentro, lo sferragliare del 5 che fa capolino dalla strada attraversando l’androne. Qui la pioggia di maggio saluta l’ultimo scorcio di primavera.

Le prime coccinelle le incontrate a Pellio, dove peraltro si incontravano bestie di ogni tipo.

Un paio sono state proprio cocciute che di arrivare in cima al dito per volare via proprio non ne avevano voglia.

Non c’è un cazzo da fare: non ne assaggio una da oltre un decennio eppure ce l’ho stampata sul palato la tua pizza al taglio.

E allora grazie.

Sarebbe un HEIMAT come tutte le cose dell’ISOLA ma non posso abusarne.

NiSA e Gwen ne impazzivano. Per noi durante l’ape in mehari c’era il vassoio pronto.

Un giorno la troverò quella copia di Clandestino Arte dove avevo fatto pubblicare il pezzo per il giorno della tua nascita. Era dedicato al viaggio e tu eri al centro del racconto.

One way ticket meravigliosa Gwen.

Così, tra i tanti modi di dire che usavi, mi piace ricordarti Walter. Testimone saggio e silenzioso di un mondo che capivi ma dal quale eri distante. Tu piccolo e minuto ma spalle grosse, pubblico e regista di uno spettacolo del quale forse avresti fatto a meno.

Chissà se i tuoi occhi grandi e tristi hanno mai parlato.

E le caramelline le buttavi sul bancone come un coup de théâtre, sorridendo sornione dietro i baffi grandi e grigi.

Ci sei anche tu.

Fatico a scriverlo: scoperta tardivissima! Merito di Donatella, merito dell’Isola.

Gwen ne impazziva che non si faceva tempo ad arrivare a Cimillia e il sedile del mehari era una lastra zuccherina che bisognava tornare indietro a comprarle.

Anche questo sarebbe un HEIMAT.

E’ stata l’estate del pesto. Piccola Gwen diventava matta. Raccoglievamo due volte a settimana, mistero, complice l’ottima esposizione su Filzi.

Con fare da esperta selezionava le foglie, tastava il sale, aggiungeva l’olio. Sino al compimento del suo gusto preferito.

Era un rito, uno dei tanti, che ci univa profondamente.

Tardi è tardi: il processo inesorabile, avviato e sostenuto sia del pubblico che dal privato, è avviato, pietre rotolanti hanno lasciato il giaciglio e rovinano a valle travolgendo ogni cosa. Chi scava metropolitane ostruendo alveoli sotterranei, chi costruisce cattedrali di parcheggi interrati sbarrando le vie di fuga all’acqua.

Risultato?

Allagamenti, inondazioni e altri milioni di fondi pubblici per far buche di scolmo per svuotare le strade dall’acqua lasciando che a riempirsi siano le tasche dei palazzinari 4.0

E’ ora di far bagagli, non solo per non vivere in una città così inutilmente cara – che già basterebbe – ma perché da lontano è meglio. Tout court.

Qui lo scavo quasi terminato per quello che diventerà il THE MALL in piazza Lina BO BARDI. Chi era? Un’architetto, ovviamente, cui forse in buona fede è stato dedicato un “pezzettino” della rivoluzione che ha trasformato le EX-VARESINE nel parco giochi di multinazionali e nuovi ricchissimi milanesi. Ironia della sorte.

«Ma certamente!»

In molti, vivendo all’Isola, l’hanno vissuto quel periodo di mezzo fatto di boati e stridii che arrivavano fino a Lambertenghi. Di polvere e scie di fango in Borsieri, di ponti sospesi su voragini impressionanti. Minniti illuminata a giorno tutta la notte, riflessi di vetrate in movimento su vecchie persiane scrostate.

Era il segno dell’invasione, della colonizzazione svettante.

Non un grande momento per la città.

Persino la “rotonda dell’altro amore” ha mostrato segni di nervosismo.

Anche il cembalaro ha cambiato abitudini. Intervistato da Repubblica ha confessato che con il sorgere dei grattacieli fatica a ritrovare il sole nel cortile del suo laboratorio.

La primavera s’annunciava in Filzi con questi cieli serali che spostati.

Vecchio e nuovo accostati, il Diamantone e San Gioachimo. Il primo è il quinto grattacielo in Italia e il primo per altezza costruito in acciaio.

Comunque uno guarda il cielo.

Era una di quelle cene strane, in Corso Garibaldi, che poi finivano sempre allo stesso modo. Male.

Qualcuno che arriva alla fine, altri che proprio non riescono a cenare e qualcun altro che aspetta fuori fumando.

La cuddia dell’Oxxy o del Mursia di notte ti guarda, ne sono certo.

Ne ho fatta esperienza diretta nel parcheggio dell’albergo: passavo anche delle belle mezz’ore aspettando NiSa che si svegliassero per riportarli a casa.

Non ricordo chi, della brigata, fosse goloso di baci oltremodo, oltre ogni limite di dignità e salute. Era persino diabetico.

In macchina insieme cercavo di evitare la pasticceria perchè, in un modo o nell’altro, gli riusciva sempre una scusa per fermarsi.

La gettata di cemento alla pantidda, coi grani residui di pietra lavica e pomice, di un rosso spallidito dal sole e dalla salsedine era l’olimpo dei giochi di NISA, nelle giornate di troppo vento per il mare.
Una lingua colonizzante protesa verso la macchia selvaggia e coriacea della campagna con la quale confinava.

Qualcuno vi aveva previsto un cuvo dove una macchia di trifoglio eleggeva dimora nelle mezze stagioni, quando nessuno frequentava la casa, tranne le rare volte in cui, di Pasqua o di Natale, andavamo ad ammirare l’Isola godendocene ancor di più.

Sarà forse vero che il primo impatto non si scorda mai. Quello con l’Isola risale al 2001, con Matteo.

Preso l’aereo facendo il dritto, ne nacquero le famose brioches sbriciolate di Linate.

Non mi accorsi della pista, complice una Donnafugata steccata in viaggio. Da quel primo atterraggio non ho mai più fatto caso ai successivi.

Emmenomale!

Ahhh… Se quei muri potessero parlare. Isola prima dell’ultima inesorabile trasformazione.

Personaggi sopravvissuti nella vecchia Milano che fu. Ormai quasi persa anche quella nei rivoli di quattrini forse malguadagnati. Nostalgici pseudo radical: la storia è sempre quella. La fame creativa vive e trasforma e tutti ad urlare: anch’io! Ne voglio anch’io! E via a stravolgere le anime di quartieri interi per occupare posti nel TO BE, senza saperne un cazzo e capirne ancora meno.

Quanti ne conosco che: “ho comprato casa all’Isola!” seeee… TI hanno comprato casa. E non ti è servito un cazzo, passa pure il tempo a lamentarti che non trovi parcheggio…

Ma quanti ne avrò mangiati di savoiardi di Babbo Natale? Ho cominciato con NiSa e poi gli anni di Gwen.
Ne lasciavo un pezzettino, con qualche briciola e l’impronta della tazza sporca di latte sul piattino.

Libri che scottano.

Un pezzo alla volta, un’estate dopo l’altra: così per il libro, l’Isola no, quella arriva tutta in una sola volta e ti porta via con se.

L’approfondimento sulle tecniche di costruzione dei muretti a secco è valsa una galoppata, scollinando Cimillia sino all’aeroporto.

Un gioco pericoloso e sempre uguale.

Ti abbaglia con la sua luce travolgente per impedirti di vedere il buio in cui ti precipita. Solletica le ombre della tua anima, instillando fiele di malinconica solitudine cui non saprai più rinunciare.

Eterna sirena del Mediterraneo ch’avvinghi ignari marinai illudendoli d’essere capitani.

Accolgono gli ospiti, sulle scale dell’ingresso. E la poesia si compone.

Forse sarà la musica del mare,
che nell’attesa fa tremare il cuore.
Torna ogni vela e tu non vuoi tornare,
che lacrime amare, versare fai tu.

Claudio Villa

5 anni di amore infinito. Eri sul retro del mehari con il cappellino e i capelli lunghi che la Nonna guai a toccarteli.

Il cappellino del nonno ed io cicciobombo o meglio, per dirla alla Ernersto: “piccolo Buddha ciccione”. Antipatico!

Ti divertivi con angry birds.

Oh! Ma quel piedino…

Il design inconfondibile della bottiglia da 20cl dell’aranciata San Pellegrino ha fatto storia.

E’ nata negli anni ’50 ed ha conquistato a forza uno spazio di tutto rispetto nell’immaginario del dopoguerra.

E così è ancora: nella versione amara è un toccasana prima di colazione, dopo le serate impegnative.